i racconti di Guglielmo Rispoli / 2008

Sara e Valentina….. donne per sempre – 001
Quella mattina Sara era stanca e saliva lentamente le scale che la riportavano a casa.
La sua casa bianca.
Quella che ripuliva con la calce all’inizio di ogni primavera.
Sara, ormai novantaduenne, aveva la forza e l’energia di combinare insieme l’azione del vento e la purezza del volo dei gabbiani per dare nuova luce alle mura della sua piccola casa che illuminava l’isola delle donne.
Era vecchia Sara ma non aveva perso neppure un grammo della luce originaria degli occhi azzurri e verdi, quelli che, insieme con la forza dello straordinario cuore di Sara,   avevano colorato per anni i cuori di bambini, giovani e vecchi dell’isola.
La voce di Sara era stata dolce e temibile, i suoi sguardi avevano rassicurato centinaia di giovani che erano partiti per isole più grandi e poi ancora più grandi e lontane fino all’America ed all’Australia.
Sara, regina della sua isola, non era stata sempre così.
Sara, madre di tutti i voli dei gabbiani che si annidavano tra le rocce alte delle nere scogliere dell’isola, temeva solo la cattiveria dell’animo umano.
Aveva visto perdersi uomini e donne, per lo più ricchi e irragionevoli che nelle estati delle mode avevano frequentato l’isola senza accorgersi, come diceva lei "del profumo dei colori e della luce degli odori" che i fiori, le piante ed i tanti piccoli animali trasmettevano a chi sapeva girarla l’isola, attraversandola piano a piedi o in bicicletta.
Sara era nata in un giorno lontano tra le braccia della sua mamma Clelia.
Donna Clelia un giorno era lì sulla scogliera aspettando il suo amore che era andato in mare e, mentre guardava le onde saltellanti, si vide scendere dal grembo la luce di una piccola bambina bruna di viso e di pelle e dai colori lucenti negli occhi.
Era giorno alto e c’era vento ed il mare bagnava di sale le rocce nere ed ispide.
Con il vento tra le vesti nere sagomate di dolcissime righe rosse dalla vita di Sara,
Clelia aveva dato l’avvio alla storia della bambina più vivace che l’isola avesse mai ospitato.
Nata sugli scogli, equilibrata subito dal vento, salutata dai gabbiani, avvolta dalle cure e dalle forti braccia di Clelia, la piccolissima Sara aveva guardato il sole sul viso stanco e pieno di energia della sua grandiosa mamma. Clelia aveva visto Sara illuminata dalla pallida luce delle nuvole che solcando il cielo avevano riportato dal mare il papà Lorenzo.
Il rosso pescatore ancora una volta aveva vinto, con le onde ed il suo sfrenato coraggio, la fame povera e silenziosa degli uomini e delle donne più dignitosi dell’isola, i pescatori dai piedi scalzi che risalivano la sera verso le loro case dalle mura spesso stiepidite dalla pioggia e massacrate dal sole.
Da quel lontano giorno Sara non si era fermata più ed aveva inventato per sè e le altre bambine dell’isola canzoni, filastrocche e suoni strani, come quel "ramascià turnièl" che spesso ripeteva alle bambine più timorose o ai bambini che disinvoltamente forti finivano per cadere nel mare troppo presto e troppo vestiti tra le grida delle mamme impaurite dalle storie del mare.
 
"Ramascià turnièl" ripeteva Sara mentre le altre bambine, indotte forse dalla strana luce che tingeva i capelli neri inondati dal sale e dal vento, la chiamavano Valentina.
Allora sorrideva Valentina e con la piccola mano tentava di fermare quel movimento oscillante e violento dei capelli che a volte le coprivano entrambi gli occhi mentre saltava da uno scoglio all’altro alla ricerca di un posto particolare dove gridare alle onde, al mare, al suo mare azzurro e blu, come lei lo chiamava nei freddi giorni d’inverno.
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